Non più luce
Del me credulo all’incredulo
mi vergogno,
al caduto irrisolto non son più sole
ma scia di vena di avvelenato fiore,
sangue indigesto che affatica lo stomaco
con torrenti stagnanti e abissi in ingorgo.
Precipito in vendette al tutto oblio,
proprietaria di quel che non è mio,
varco le accuse.
La mia pelle punta da meduse,
al rosso vivo di urticante veleno
è un gocciolio di fango
scorre e scorre e fa il pieno
per il pietoso sguardo di un grigio ratto.
Nessun rispetto, nessun patto,
al vedermi mi preferisco muta,
vorrei perdermi tutta
in quel nascondermi mentre piango.
Non per me mi addoloro
ma per quel che più non sono
madre che ama, moglie che spera
l’affettività inesistente che non fa ritorno.
Credevo, credevo e mi vergogno
di questa storia non vera
e della sua ombra nera,
non più luce, non più luce.
NON PIÙ SENTITO
Ho cercato di chiudere una storia
per non tradire
la memoria della storia.
Nel dir quel che sento o non sento,
come nuvola cieca,
mi è piovuto il sentimento
di chi sa piangere
ma non sa dove farlo.
Come pietra che più non ama
raccontarlo,
ho dato fine a quell’inizio
quando l’apparire fittizio
diceva tanto
della sua durezza.
Senza timore,
ma con tanta amarezza,
mi si è svuotato il cuore
per baciare i cammini
dell’amore
che più non sente suo.
Per questa nuvola cieca,
per questo pezzo
d’acqua addormentato,
lasciami rotolare
per l’addio di carezze
che evoca i tempi
di favole impossibili.
Lasciami fidanzata
di continuità inaccessibili
per vecchie cariche
di errori commessi,
per vecchi castelli di sabbia, persi,
dove singhiozzano, lente,
le doppie campane.
Di rossi tramonti e notti lontane
nella sera, morendo,
un raggio di sole
mi si annoda nel cuore;
è l’ultima luce
di quel che credevo amore
al profilo di un nome
non più sentito.
Sulla danza di un coltello appuntito,
ricordo l’emozione sanguinante
di chi trattiene l’aria per quell’istante
di sentimento finito.
E dire che era sognare l’infinito
su ogni mattone che s’innalzava,
sognavo la luna e la luna mi sognava,
quando ad occhi chiusi immaginavo le stelle.
Di colorate chimere
le morti erano pezzi
dove le attenzioni traballavano,
dove le risate mancavano
orfane di contatto,
dopo metafore inventate
per non far morire
quel che andava morendo.
Per non soffrire
quel che andavo soffrendo,
ho perso anni senza forma di cuore.
Ho pianto senza fare rumore,
ho atteso senza aspettarmi più nulla.
Bevendo alla salute
di tutte le morti.
SENTO E SENTO
Sento e sento
festeggiamenti sotto la mano,
con le dita sui tasti,
le mie parole,
intessute di immagini.
Sento e sento
la sottile armonia,
la folle fantasia
e l’essenza sonora
della mano dell’artista che colora,
della mano dello scultore che lavora
con il cuore Re di versi, sovrano.
Sento e sento,
mentre separo il corpo dall’umano,
la bellezza che tutto unisce.
Sento e sento,
in quello che non si smentisce,
l’anima dell’arte e l’energia
di una terrena poesia
richiamante, nella terra, l’universo
di tutta quella innocenza
che in molti hanno perso.
STRANIERA SONO
Straniera sono da sempre
come il fiore che cresce
nella memoria della farfalla.
Sono ricordo di terra lontana,
tesoro di nettare
sulle parole mai nate,
abortite dai silenzi.
Da terra a terra
un monte di solitudine
beve il mio giorno,
e quello di cui ho bisogno,
lo scopro lungo il cammino.
Nel mio andare per terre salate
di lacrime perse, avvicino
la mia bocca al mattino
e sulle labbra d’oro del sole,
scrivo grande, grande
la parola “AMORE”,
che mi piange fra le mani
come un uccellino.
PARTE DEL TUTTO
Strana maternità: un istante che vola,
fra le braccia dell’universo
che cova il mondo che gli ruota dentro,
moti ciclici scanditi
che stravolgono un mare di molecole
nello spazio che le ricompone
corpo, braccia e piedi.
L’assemblaggio delle vibrazioni
scorre sui sorrisi degli angeli
che vogliono solo costruire
granelli di vita nel tempo.
Il tempo è come il verde dei campi
muore e rinasce ad ogni stagione,
con una sincronizzazione
che ha la perfezione tipica dei fiori.
Visioni sommate di vecchi e nuovi amori,
non dovrebbe esserci il vuoto
dentro gli splendidi castelli della testa
dove milioni di ritagli, pezzi del tutto
tornano da tutte le parti, mischiati
in una successione di istantanee
che riesumano la polvere di alcuni nomi.
Nessuna sorta di genealogia,
solo rami, confuse vie, biforcazioni,
specie congiunte, traslocazioni
di cromosomi remoti su cromosomi futuri,
così quando i tempi divengono duri
l’uomo, parte del tutto, si adatta.
ANIME ERRANTI
I ricordi sono briciole di libertà,
apertura d’ali per la terra lasciata,
solo i miei occhi soffrono questo male
dell’anima che perde le stelle azzurrate.
Altra vita, ascolto in lontananza:
i canti dei fratelli dalle masse d’acqua,
con denti di spuma, con labbra di onde,
con le lacrime di sale.
I miei fratelli sono i signori del mare,
conoscono i misteri delle aurore,
posseggono i segreti dell’acqua scossa,
agitata dai rami,
sorretti dalle spalle dell’anima.
Sento già le mie radici,
penetrano i regni dei miei fratelli,
guidate dall’amore per le ali,
il mio fusto è desiderio di luce
per il mare condannato.
A ogni scorcio di volo,
con gigantesche braccia tese,
colgo il sangue di terra ferita,
sangue di mare tranquillo,
si agita con il vento il Mediterraneo.
A mezza aria il volo del gabbiano
è verso estraneo, fame che taglia la fiaba
nei domini di castelli,
molecole di preistoria, granelli
di sangue che portiamo dentro, pietrificato.
Ossa di tanti, come me,
spuntano da ogni lato,
fanno lunghe spiagge di bassa marea,
al margine di vita andata.
Il mare spasima e sopporta le sofferenze
delle carcasse di imbarcazioni,
coperte di stelle liquefatte.
Dai fondali addormentati i relitti
sacrificati come casa
dai pesci, dalle alghe, da mille altre vite,
narrano storie fantastiche di morti
che possono ancora respirare,
sulla sepoltura di cimiteri senza barriera,
il respiro è la speranza di tornare,
a una vita vera,
con gli occhi persi nella spera,
al tutto, privi.
CONFINI
Nessuno può dire che io sono
una stanza silenziosa,
al contrario, ho rialzato il covo
di moribonde idee,
ho seminato pegasi sui deserti,
ho raschiato il velluto nero degli incubi
e ho strappato siluette impalpabili ai ricordi,
portando sulle spalle un carico di coscienza,
pesanti urla di chi parte per terre lontane,
con l’intento di vedere nel mondo
un pezzo di se stesso.
E poi fra le braccia dei fratelli
ho pianto per un po’ di silenzio,
ho cercato sollievo nella solitudine
ma il pianto si faceva più forte.
Io donna, piena di pianto e di fede,
ho lavorato la cattiva terra,
ho fecondato la miseria,
narrando il prodigio della vita,
chiedendo con il cuore un miracolo
davanti ai lamenti degli schiavi
che come animali brucavano i campi
e favorivano corpo e anima
dello stesso mondo che li aveva schiavizzati
e dopo che i miei occhi si sono abituati,
piena di compassione li ho guardati
schiavi e padroni
in un atto di altruismo e di benevolenza
si sono accordati,
nelle parole e nei fatti,
per chiamare libertà le prigioni,
per seminare fili spinati tra le nazioni
rendendo gli uomini dagli uomini “Diversi”
alcuni ricchi, altri affamati.
LA PELLE DELLA TERRA
Cercatemi là dove la terra profuma,
là dove i cani mi leccano le mani,
dove le colline di beatitudine
con il linguaggio dello spirito
il buon sangue rigenera.
Cercatemi là in mezzo alla vita,
fra le lingue antiche che tengono per mano,
solo là si seminano gesti
e con l’alito di sole crescono prati;
solo là si seminano cuori
e d’orzo e d’oro crescono campi di grano.
Cercatemi nella linfa che fa vivere i campi,
in quella vita che si alza fra gli uomini
e inizia verso il cielo il suo viaggio.
Cercatemi nella coppa del ventre degli alberi
che sono avvolgimento di cuori che sgorga nei rami,
protendo verso le radici
mentre di passione agitata abbraccio la terra.
Cercatemi là fra le folte margherite
che reclinano la corolla dietro i passanti
e se non mi trovate continuate a cercarmi
fra le cime degli alberi più alti.
Cercatemi là dove la mia anima è farfalla
con gocce di miele che colano fra le illusioni romantiche.
Cercatemi nell’eterno mattino di stelle sepolte
che sono tremante aurora e canto fra i monti,
spargendo gocce di rugiada.
Cercatemi nell’azzurro ferito dall’alba
che con sonnolenza rassegnata
perdo gli occhi nel cielo interiore dell’anima.
Chi mi cerca saprà che sono in attesa
e tanto per far qualcosa spezzetto i rami secchi,
scherzo con la furia del vento,
sul filo del sole poggio la fronte
per mutare la mia sorte,
mi muovo lenta come la terra,
passo e ripasso sul mio cammino
e meravigliata della mia fertilità
faccio crescere la vita
nel nido fatto con le mie mani.
CANTO DI AUGURIO
Possa essere come il deserto il mio tempo
e i miei figli grani di sabbia, dispersi per il mondo.
Possa essere l’incontro una raccolta intorno
a un piccolo fuoco tremolante,
scintilla che cresce come vampa folgorante
e gonfia il cuore di gioie contagiose.
Possano i lidi distendersi, i fari illuminare le cose
per portare la vita allo scoperto.
In mezzo al mare aperto, possa io essere colpo di remi
che salta la schiuma e ferisce le onde
là dove la speranza riposa fra frammenti di ossa.
Possa essere il mio corpo lo spazio contenente
la voce della mia carne, il sangue della mia gente.
Possa io avere sufficiente posto nella mente
per accogliere terre dialoganti di culture distanti
che parlano con la lingua del cuore.
Possa io essere, dentro le ombre, bagliore
che appartiene alla luce e dà appartenenza
alla limpida virtù del dono di stelle, dopo il tramonto.
Possa io essere madre prodigio che tiene il conto
dei figli caduti in guerra.
Possa io spremere ogni angolo della terra
che occulta le ossa di chi non ha avuto una sepoltura.
Possa io essere quella mano che cura
le pupille ferite senza orizzonti.
Possa io essere linfa stretta al sangue, aroma balsamico
che diffonde la pietà dei fiori, sulle terre in ombra.
Possano le braccia della mia anima essere mulino
che macini l’egoismo e il male
per portare un sorriso a chi ha poco da sperare.
Possa io allontanare i rumori di lotta
e svelare tutte le strade che portano al porto,
dove le braccia stringono i fratelli al petto.
Possa la società avere rispetto
per le ore innocenti seppellite dai gufi
che annunciano il crepuscolo dello sciame di mosche
che vanno e vengono da tutti i cadaveri.
Possano tutti gli uomini nascere in un giorno di pace,
possa il grido delle loro nascite, contestare le morti
che pescano sull’incubo della guerra, fantasmi.
TI HO AMATO
Ho amato la tua aurea bianca
la tua primavera vertente
di reverenza verso il nascere della vita.
Poi ho amato la tua pelle stanca
lungo il passo del tempo
che come porta franca
al mio sorriso si apriva
senza sprecare momento.
Senza mezze misure e senza finzioni
ho riavvolto più volte il nastro
in nuove rivoluzioni
per amare il tuo viso
ribaltato in un sorriso
quando la tua bocca intraducibile
in altre lingue
mi penetrava ogni pensiero.
Ti ho amato da questa parte del cielo
come fonte inconsumabile
che con la sola essenza
colorava il mio istinto.
Ti ho amato nel mascolino desiderabile
quando i tuoi occhi nei miei occhi
erano un bel quadro dipinto.
Ti ho amato
nella calda frase che innamora
e con una parola sola
ti ripeto che ti ho amato
e ti amo ancora.